
Chi siamo
L’Associazione AL CONFINE APS nasce dalla consapevolezza dei confini rigidi (a volte vere e proprie barriere) che la cultura occidentale contemporanea ha creato all’interno della società, interrompendo di fatto quel libero scorrere di rapporti che nelle società tradizionali costituiva la base della solidarietà, della trasmissione di saperi e della convivialità: confini che separano le generazioni ma anche le diverse condizioni biologiche, emotive, mentali e sociali definendo chi è sano e chi è malato, chi è produttivo e chi no, in sostanza chi è dentro e chi è fuori dai parametri di “normalità” generalmente riconosciuti. Un confine netto quindi tra membri attivi e passivi della società, “confinati” appunto questi ultimi al ruolo di fruitori di servizi impersonali confezionati per loro da “esperti”, svuotati perciò di ogni competenza su se stessi, oggetti di provvedimenti anziché soggetti della loro esistenza.
Ci sentiamo perciò interpellati a rispondere portando il nostro contributo, in sintonia con diverse voci della cultura contemporanea, alla sperimentazione di pratiche che consentano la promozione della dignità della persona umana in ogni situazione esistenziale, riconoscendone il ruolo di soggetto della propria esistenza e delle proprie relazioni, restituendole competenza attraverso il potenziamento di tutte le risorse di cui il soggetto è depositario, favorendo lo scambio relazionale tra diverse componenti della società civile.
Ci siamo quindi rivolti alla vecchiaia come tema in cui si incrociano e si concentrano molti stereotipi contemporanei, e insieme come ambito in cui riscoprire e valorizzare molta ricchezza umana spesso inespressa. E al rapporto tra generazioni come luogo privilegiato per la sperimentazione di nuove pratiche di convivialità.
I soci fondatori dell’associazione provengono da una lunga esperienza nel campo delle professioni di aiuto, in contesto sanitario o educativo, e hanno maturato attraverso la loro esperienza professionale l’esigenza di sottrarre all’ambito strettamente sanitario la prevenzione e la cura del deterioramento cognitivo, negando la rigida equivalenza tra salute e assenza di deficit, alla ricerca di nuovi modelli di salute possibile, fondati sulle risorse presenti e sul reciproco scambio.
Gli scopi che l’Associazione si prefigge possono così essere riassunti:
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promuovere il riconoscimento della dignità della persona nella vecchiaia, del suo essere soggetto al centro di una rete di relazioni, delle sue competenze, delle sue risorse a livello corporeo, affettivo, cognitivo e relazionale, delle sue capacità di espressione e comunicazione, del suo ruolo nella società civile.
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promuovere la relazione tra le diverse generazioni, incoraggiando ogni forma di trasmissione orale di cultura, attraverso il racconto della storia personale e sociale, la rievocazione della tradizione orale popolare, la trasmissione di saperi (conoscenze e capacità operative), il reciproco riconoscimento, lo scambio emotivo e la cooperazione.
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contribuire alla costruzione di una nuova cultura rispetto alle consolidate contrapposizioni salute/malattia, normalità/devianza, integrità/deficit, e di una nuova pratica del prendersi cura delle fragilità che il nostro tempo produce, al di là delle contrapposizioni sano/malato, assistente/assistito e della concezione dell’assistenza come movimento unilaterale tra chi da e chi riceve.
Questo concretamente si traduce:
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nel riconoscimento della dignità di soggetto delle persone in tutte le condizioni, dalla piena autosufficienza alla non-autosufficienza, dall’integrità cognitiva a ogni grado di deterioramento cognitivo, al di fuori di una determinazione quantitativa delle prestazioni, riconoscendo e dando voce a ogni competenza ancora presente nel soggetto, riconoscendone la possibilità di crescita personale anche là dove le capacità cognitive appaiano ridotte, cercando di costituire le condizioni più idonee perché i soggetti possano esprimere, attraverso canali verbali e non verbali, il proprio vissuto ed elaborare le proprie emozioni, in un clima di ascolto e accoglienza;
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in una pratica del prendersi cura fondata sull’ascolto empatico rivolto tanto ai soggetti assistiti quanto alle figure significative del loro contesto familiare e sociale, con particolare attenzione per il caregiver principale, nella ricerca continua di possibilità inesplorate che possano favorire il benessere di tutti i soggetti coinvolti e il miglioramento della qualità della relazione a tutti i livelli;
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nella lotta allo stigma sociale attraverso attività mirate all’integrazione tra soggetti affetti da diversi gradi di disorientamento mentale e la popolazione in generale, e attraverso la diffusione di una cultura dell’accoglienza e della reciprocità, sollecitando la partecipazione popolare (in tutte le fasce di età) e l’impegno civile e sociale dei cittadini per un reale e concreto riconoscimento dei soggetti con deficit cognitivi quali membri a pieno titolo della società civile.
Le nostre attivita’: l’Alzheimer Café
L’Alzheimer café costituisce uno spazio/tempo dedicato alle persone affette da deterioramento cognitivo, ai loro familiari e amici, ai loro assistenti e a tutti coloro che siano disponibili ad incontrarli.
La finalità è di aprire una comunicazione con queste persone al di fuori di qualsiasi contesto sanitario e istituzionale, al fine di prevenire ogni forma di ghettizzazione o marginalizzazione, restituendo loro l’identità piena di membri della società civile.
All’interno del Café sono previsti momenti protetti, specificamente dedicati ad attività di recupero e di prevenzione, attraverso la comunicazione verbale e non verbale, strutturati secondo metodologie diverse (gruppo Validation, ascolto ed espressione musicale, atelier di arteterapia, movimento ed espressione corporea, teatro sociale) e momenti aperti, informali, in cui prevalga il semplice piacere di stare insieme, della convivialità, della fruizione condivisa di spazi ricreativi.
Sono previste, quando possibile, anche occasioni di incontro con le giovani generazioni, perché possano essere accompagnate alla comunicazione verbale e non verbale col vecchio disorientato in un clima di serenità.
Siamo infatti consapevoli che l’allontanare le giovani generazioni dai nonni “diversi” contribuisce a trasmettere un messaggio ancora purtroppo diffuso nel sentire comune: i membri della famiglia e della società che perdono la loro efficienza diventano un peso e i nipoti vanno “protetti” da un rapporto che viene percepito come pesante e inutile . In questo modo non soltanto si privano i nonni di un contatto vitale e intrinsecamente terapeutico, contribuendo così all’aggravarsi del deterioramento, ma si privano anche le giovani generazioni di un’irripetibile occasione di sperimentarsi nella dimensione del prendersi cura, dimensione tanto trascurata dalla nostra cultura quanto costitutiva dell’essere umano partecipe
Sono previsti inoltre gruppi per familiari, prevalentemente online, caratterizzati da due fasi: nella prima l’ascolto attento ed empatico delle difficoltà incontrate dai caregiver nelle relazioni quotidiane col loro congiunto, nella seconda la presentazione dell’atteggiamento validante e anche di alcuni consigli pratici da mettere in atto nelle situazioni di maggiore difficoltà. La finalità è di aiutare i caregiver a uscire dalle abituali modalità relazionali, spesso ingabbiate in veri e propri copioni rigidi, per aprire nuove possibilità di interazione, da sperimentare nel quotidiano. I gruppi sono condotti da formatrici certificate nel Metodo Validation e sono è caratterizzati dal reciproco ascolto, dal contenimento delle contraddizioni e delle diversità che possono emergere e dalla ricerca di una cooperazione in vista di una migliore qualità di vita degli anziani e dei loro nuclei familiari.
I nostri strumenti di lavoro
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Metodo validation
Validation è un metodo di comunicazione creato per aiutare le persone anziane disorientate. L’obiettivo è di aumentare il loro senso di dignità e la loro autostima, di ridurne l’ansia e migliorarne il benessere psicofisico.
Il Metodo Validation si rivolge all’anziano che tenta di difendersi dal proprio disorientamento accusando o biasimando, oppure dall’anziano che tende a chiudersi in se stesso o che si estranea totalmente da ciò che succede intorno a sé e torna al passato per sfuggire a un presente per lui doloroso, inutile e spesso squallido.
Il Metodo Validation aiuta anche chi assiste gli anziani, disorientati o malati di Alzheimer a mettersi in sintonia con il mondo interiore dell’anziano; a comprendere le loro emozioni e i loro sentimenti anche quando sono espressi in modo irrazionale o, spesso, aggressivo o violento; a riconoscere e comprendere il loro bisogni di riprendere la fila della propria storia, per sciogliere conflitti irrisolti e “ fare ordine nella propria casa” prima di andarsene.
Il Metodo aiuta che assiste a comunicare, anche non verbalmente, con gli anziani che – rinchiusi sempre più in se stessi per mancanza di stimoli, hanno perso l’uso del linguaggio.
La capacità di aiutare gli anziani disorientati in quest’ultimo percorso della loro vita, viene dalla conoscenza dei principi del Metodo e dall’esercizio continuo dell’atteggiamento “convalidante” che si basa soprattutto sull’ascolto empatico, inteso come sentire ciò che l’altro sente; sul rispetto della persona; sul calore umano. Tutti ciò genera un rapporto di fiducia fra chi assiste e l’anziano in difficoltà.
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Musicoterapia
La musica e il canto come terapia sono vitali, primordiali, naturali. Più componenti del corpo umano sono coinvolte nell'evento sonoro, percepito o prodotto.
Il linguaggio musicale attinge alla mente più profonda, arcaica, ed è pertanto in grado di elicitare emozioni legate anche a ricordi non più accessibili sul piano cognitivo, suscitando un risveglio anche sul piano corporeo. Questo fa sì che anche le persone più compromesse sul piano cognitivo abbiano accesso a una memoria emotiva che consente di connettersi alla loro identità più profonda, suscitando un senso di riconoscimento prezioso. Un’identità non fondata su elementi biografici oggettivi, ma su un filo interiore sottostante e ancora accessibile.
Inoltre il canto corale crea un sintonizzarsi della respirazione di ogni membro del gruppo, favorendo una condivisione che va oltre la normale interazione e suscita un forte senso di appartenenza, rassicurante per le persone compromesse.
La musica favorisce anche l’incontro intergenerazionale.
Infine nel gruppo i caregiver hanno un’occasione unica di scoprire nei loro assistiti risorse e competenze inaspettate che potranno poi risvegliare anche nella vita quotidiana.
Inoltre l’uso condiviso della voce, anche solo attraverso semplici vocalizzazioni, sincronizza il respiro dei partecipanti, favorendo la costruzione del gruppo e inducendo un’esperienza di armonia condivisa.
Per i caregiver il laboratorio musicale offre la possibilità di avviare la sperimentazione di modalità relazionali alternative ai copioni abituali. Per tutti i partecipanti di qualsiasi età e condizione permette la scoperta delle competenze ancora presenti anche nelle persone con demenza, quindi l’apertura di uno sguardo diverso su questa situazione, con riduzione dello stigma e anche delle paure personali molto diffuse e con la possibilità di creare una comunità più consapevole e quindi più accogliente e più serena.
L'uso e l'abitudine all'attivazione di diverse parti del cervello, in questa relazione, restituiscono alla persona una dimensione più grande di sé, che raccoglie segni dal passato e proietta un significato oltre la presenza nel qui e ora.
Teatro sociale di comunità
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Laboratorio teatrale
E’ un laboratorio ispirato alla metodologia del "Teatro fragile, maneggiare con cura", sviluppata da Le Compagnie Malviste a partire dal 2009.
Si tratta di un percorso pensato per persone affette da decadimento cognitivo, familiari, caregiver, cittadini e volontari di età e provenienze diverse. L'idea alla base è semplice ma profonda: creare uno spazio in cui fragilità e differenze non siano barriere, ma possibilità di incontro e di espressione.
Il laboratorio si fonda sulla costruzione di un clima accogliente, sereno e di fiducia. Attraverso giochi verbali e corporei, musica e tecniche ispirate anche alla danza/movimento terapia, vengono stimolati ricordi, sensazioni e mobilità.
Le attività proposte favoriscono la libera espressione — con parole, gesti, canto o semplicemente presenza — e l'uso di oggetti che possono risvegliare la memoria fisica ed emotiva.
Un elemento importante di questa esperienza è la dimensione collettiva e intergenerazionale. Chi partecipa lo fa insieme ad altre persone, portando con sé esperienze, fragilità, curiosità e desiderio di stare in relazione. In questo contesto, ruoli e definizioni tendono a sfumare, lasciando spazio a un modo diverso di stare insieme, più aperto e sensibile.
Atelier aperto di arteterapia
Qui la bellezza diventa una chiave di lettura e di cura: un linguaggio che permette di esprimere emozioni, di riconoscere sé stessi e di ritrovare il proprio posto nella relazione con gli altri.
Lo sguardo che cura è quello che riconosce la storia dell’altro, la accoglie e la valorizza come risorsa di benessere.
Al centro del progetto c’è il desiderio di narrazione di sé: raccontarsi e dare voce alla propria vicenda personale anche di fronte alla malattia, attingendo alla forza narrativa e simbolica della propria vita.
Per le persone anziane, con o senza fragilità cognitiva, l’arteterapia rappresenta un mezzo efficace per ricostruire il filo dei ricordi, attingendo alle memorie affettive e sensoriali che le immagini e l’esperienza estetica possono risvegliare.
Riconnettersi a quel filo significa ritrovare senso, validare la propria storia e consolidare abilità come la manualità fine, la coordinazione visuo-spaziale, la progettualità e il pensiero simbolico.
L’Atelier è “aperto” perché accoglie tutti: anziani fragili, persone con decadimento cognitivo e caregiver.
Ognuno trova uno spazio personale di espressione - un foglio, un colore, un gesto - dove raccontarsi, condividere e ritrovarsi.
L’atto creativo diventa così un modo per rigenerarsi e generare nuove immagini di sé.
L’arteterapia nasce negli anni ’40 come forma di trattamento per i traumi di guerra, quando la parola spesso non era più accessibile.
Nel nostro approccio, psicodinamico, il prodotto artistico e il processo creativo sono entrambi contenitori e organizzatori di emozioni e affetti.
Creare, tracciare un segno, lasciare un’impronta di sé è già di per sé un gesto terapeutico: un processo che integra esperienza sensoriale, emozione e simbolo, aiutando la persona a ritrovare continuità e senso.
L’arte diventa così uno spazio collettivo di incontro, dove riconoscersi e creare nuovi significati.
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E’ importante sottolineare che, al di là delle differenze di linguaggio specifiche di ogni metodologia, tutte sono accomunate dalla creazione di un ambiente che favorisca l’espressione spontanea di ogni partecipante e la libera interazione tra i membri del gruppo, favorendo così il rinforzo dell’identità personale e sociale e il senso di appartenenza a un gruppo stabile nel tempo.

